
Lunedì 29 Dicembre 2003
UN PREMIO PER I GIOVANI NEL NOME DI
VITTORIO MEZZOGIORNO
"A dieci anni dalla scomparsa lo celebriamo con una borsa
di studio per giovani attori. Perché il nostro è un mestiere
che esige studio e sacrifici"
L'omaggio di Giovanna Mezzogiorno
Oscar Cosulich
Roma. Vittorio Mezzogiorno morì il 7 gennaio del '94.
Aveva 53 anni: giusto un decennio dopo, sua figlia e la
sua città lo ricordano con una particolare iniziativa
culturale. Giovedì 8 gennaio, nella sala grande del Med
Maxicinema di Napoli, la proiezione di "Tre Fratelli"
di Francesco Rosi alla presenza della figlia, Giovanna
Mezzogiorno, siglerà l'istituzione del premio intitolato
a Vittorio. Si tratta di una borsa di studio destinata
a un giovane attore, che gli consenta di perfezionarsi
e metta anche in evidenza l'importanza dello studio e
della bravura "contro la logica delle veline". "Tre fratelli",
che vede Vittorio Mezzogiorno nel ruolo di protagonista,
e al suo fianco Michele Placido e Philippe Noiret, valse
nel 1981 all'attore di Cercola il secondo Nastro d'Argento,
dopo quello già vinto per "Il giocattolo" di Montaldo
ed è stato scelto come esemplificazione del suo talento.
Il premio è organizzato dalla Regione Campania (assessorato
allo Spettacolo), con il Med, l'associazione Mario Brancaccio,
il Circolo Achab e la Cineteca Nazionale. Delle sue finalità
parla Giovanna Mezzogiorno, una delle più affermate attrici
del nuovo cinema italiano (a marzo uscirà "L'amore ritorna"
di Sergio Rubini, che la vede al fianco di Fabrizio Bentivoglio
e Margherita Buy, storia di un attore che al culmine diella
carriera si ammala e riscopre, così, l'amore per la sua
terra e la famiglia).
Giovanna, com'è arrivata all'idea di questo premio?
"Ormai sono passati dieci anni, anche se non mi sembra
ancora possibile, dal giorno terribile in cui mio padre
morì. Io non avevo ancora cominciato a recitare, non ho
mai avuto la gioia di averlo presente alle mie "prime",
ma so bene quanto il lavoro, l'impegno professionale,
siano stati per lui una cosa sacra, un imperativo. Finora
mia madre e io ci siamo sempre tenute lontane da ogni
ricordo pubblico di papà, perché non volevamo assolutamente
che si creasse il sospetto di un uso esibizionistico e
strumentale della sua memoria. Dieci anni dopo, con la
dovuta discrezione, abbiamo scelto Napoli, la sua città,
il luogo a cui era più legato, per creare qualcosa che
gli assomigli, in cui si possa riconoscere il suo spirito".
Ha evitato per questo l'idea di un premio glamour?
"Le statuette, i riconoscimenti, fanno sempre piacere,
ma già ce ne sono tanti, che papà ha vinto quando era
vivo. Io credo, tutti noi crediamo, che dare a un giovane
attore, o a una giovane attrice - di talento - l'opportunità
di studiare, di perfezionarsi in scuole di recitazione,
in Italia o all'estero, sia la cosa che più assomigli
alla tenacia che mio padre aveva, alla sua capacità di
dedicarsi allo studio. Perché, per recitare bene, ci vuole
tanta fatica. Per farsi solide basi sono necessari sacrifici.
Tanti. Insomma... il nostro premio sarà un po' controcorrente".
In che senso?
"Troppo spesso si crede che recitare sia facile,
o questione di fortuna; che per farlo basti la bellezza.
Ma questa è la logica delle veline. Noi, ricordando mio
padre, vogliamo mettere in evidenza quanto in questo lavoro
servano lo studio, la preparazione e la bravura, perché
solo su queste basi si può andare avanti, magari confidando
poi anche nella fortuna. A teatro, come al cinema, puoi
sperare di farcela in qualche modo, ma la differenza tra
un professionista preparato e uno che si è, invece, improvvisato
attore si vede sempre".
La sera dell'8 gennaio sarà l'occasione per una riunione
famigliare?
"A Napoli ci sarà la "calata dei Mezzogiorno". O meglio,
io vestirò i panni dell'"emigrante", che torna finalmente
a casa e festeggia con tutti i parenti che vivono lì:
sarà una bella occasione per stare tutti insieme nel nome
di papà. Ho sempre il rimpianto di non passare abbastanza
tempo a Napoli. In ogni caso, la serata sarà molto discreta:
salirò sul palco a spiegare il senso dell'iniziativa,
il valore simbolico di quella data e del film di Rosi
(che penso sia uno dei più belli che mio padre abbia interpretato)
e niente più. Toccherà poi al premio, spero, il compito
di dimostrare la bontà della nostra idea".
Oscar
Cosulich
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