TEATRO FILMOGRAFIA
 



Vittorio Mezzogiorno
L'ONDA E I DUE MATTI

Ha debuttato a teatro nella compagnia di Eduardo de Filippo con il quale ha recitato per due anni. Dopo aver vissuto, sempre a teatro, "avventure disordinate" che lo hanno deluso - non provando gusto né per la routine né per la competizione e poco interessato ad una carriera di mattatore - ha compreso che quella non era la sua strada. Si indirizza allora verso il cinema; nel 1978, Il Giocattolo di Giuliano Montaldo gli vale il Premio della Critica e l'inizio della popolarità. Tre fratelli di Francesco Rosi, L'homme blessé di Patrick Chéreau e La lune dans le caniveau di Jean-Jacques Beneix hanno fatto conoscere meglio la sua bizzarra personalità e quella strana faccia tagliata con l'accetta, illuminata da uno sguardo celeste da felino. Incarna Arjuna, il guerriero amato dagli dei (e dalle donne), "l'insuperabile". Dice che Peter Brook e il Mahabharata sono "l'incontro della sua vita" ma aggiunge subito: "Attenzione, nel mio mestiere, faccio sempre incontri che sono gli incontri della mia vita". Tocca a voi percepire, sotto la vostra intera responsabilità, che quell'incontro è forse un po' più importante; ne parla con uno slancio che né l'ironia né il pudore cercano di contenere, con lealtà e modestia anche…

Il mio incontro con Arjuna è una cosa che sta ancora nell'aria. So che sto per incontrarlo, faccio verso di lui un lungo cammino, che richiede molta attenzione e molta vigilanza: un cammino, come mai fino ad ora, ho dovuto percorrere. Con Peter Brook, è accaduto: l'incontro fra uno sprovveduto (io) e un avveduto che ha capito che lo sprovveduto aveva qualcosa. In altre parole, lui ha incontrato me, non io… lui mi ha scelto. Ed essere stato scelto da Peter Brook mi fa sentire meglio. Non è il solito contratto di teatro: sono entrato nel suo universo. Dove l'unico punto fermo, in partenza, era la sua scelta. Stanco di raccontare la mia vita professionale, gli ho detto: "So di essere in movimento, sono lì.
" Ho cominciato con il vivere quell' "atmosfera Brook", quella strada di nebbia nella quale occorre stare all'erta, armarsi di pazienza - altrimenti si "fa l'attore"; lo si può recitare, Arjuna, capisce? Ma non è quello che cerco. Adoro quella storia di solitudine… ero da solo in un albergo, Jean-Claude Carrière mi aveva lasciato con il testo del Mahabharata… Quando Peter Brook è entrato e mi ha teso la mano, non ho visto "il grande regista Peter Brook" ma qualcuno che mi ha guardato in un modo che non posso descrivere. Una dolcezza che io non conoscevo in un uomo. Più tardi, sono andato nella loro sala di prova, un atelier al quinto piano, con tappeti per il judo, strumenti di musica. Mi ha chiesto di leggere un brano del Mahabharata. Per telefono, avevo detto: "Non posso", e l'ho fatto; dicevo le parole come fossero pietre (non parlavo il francese come ora). Mi ha messo davanti a qualcosa che avevo rifiutato, e non ho esitato.
Molto dopo, un giorno in cui ero distrutto perché non concludevo nulla, mi ha detto: " È difficile…"; ho risposto: "Sì, ma…" Un piccolo dialogo che voleva dire: "È difficile, ma non si può dire, è difficile, ma come sempre, come deve sempre essere. Un altro giorno, ha detto: "L'unica differenza tra il teatro e la vita… (stavo aspettando), è che il teatro è sempre vero."
Brook, Carrière. Ci saranno voluti due matti per lavorare undici anni e farci incontrare l'India, portarci quell'enorme onda, qui… Adesso che padroneggio i problemi tecnici, mi godo il Mahabharata. Non recitiamo, lavoriamo. Tutta la compagnia lo ha capito, altrimenti ci sarebbe quell'orribile rilassamento: "Meno male, la prima è andata!", quell'adagiarsi nella mediocrità. Non ci si può stancare di recitare il Mahabharata: ogni sera, è una scoperta. Neppure recitandolo per tutta la vita, si giungerebbe fin in fondo.
(All'improvviso, dopo un silenzio) Se vuole che le racconto quei dieci mesi con Peter Brook, mi ci vogliono dieci mesi.


Tratto da Théâtre en Europe, n° 8, octobre 1985
Éditions Beba, Paris
(Traduzione di Marie-José Hoyet)

 

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