TEATRO FILMOGRAFIA
 

 

Vittorio era un uomo di personalità e la personalità di un uomo la si può misurare anche dal peso che sa ritagliarsi intorno a una tavola apparecchiata.
Abbiamo condiviso innumerevoli cene con lui e ogni volta era lo stesso spettacolo. I suoi atti, le sue parole pesavano più di quelle degli altri. Pesavano nel senso letterale del termine, cadevano voluminosi tra piatti e forchette e attiravano su di sé sguardi, suscitavano curiosità, imponevano silenzi. E ciò indipendentemente dal loro contenuto.
Mettete un uomo di personalità e un uomo senza personalità vicini di tavola, fategli pronunciare la stessa frase, parola per parola, e la reazione che susciteranno saranno completamente diverse: il primo catturerà le attenzioni dei presenti, il secondo verrà ignorato. Spingetevi ancora oltre in questo parallelo crudele: fate pronunciare all'uomo con personalità una frase anonima e all'uomo senza personalità una frase intelligente. Nove volte su dieci il risultato resterà invariato, le orecchie dei presenti si volgeranno verso il primo sorvolando sul secondo, ridotto a muto fantasma. Insomma: l'approssimazione è un lusso che l'uomo di personalità può concedersi senza danneggiare se stesso, laddove l'arguzia passeggera non salva l'uomo mediocre dall'anonimato.
Vittorio era la dimostrazione vivente che non siamo tutti uguali. Il suo segreto era semplicissimo: non cercava il consenso. Lo amava, certo (e chi non lo ama?), ma non gli si affannava dietro come gli uomini senza personalità, sempre in cerca di qualche cono di luce riflessa in cui riscaldarsi e vivere. Trattava con il consenso da pari a pari, con quell'orgoglio, talvolta sprezzante, sempre guardingo, che avvolge certi uomini del Sud come un vapore sulfureo emanato dalla terra.
Aggiungiamoci una dose di impudenza; in ogni vita di successo c'è un protendersi oltre il limite del consentito, quel limite sul quale si fermano gli altri, gli indecisi, che a furia di indecisione finiscono per non fare niente. Aggiungiamoci anche una fetta consistente di paura; la paura accresceva il fascino di Vittorio come una tonalità melanconica di colore su una tela troppo accesa, l'umanizzava rendendolo imperfetto, e dunque più abbordabile, più vicino. Anche quando ringhiava, e ringhiava spesso, era benedetto dalla  fragilità.
La tavola apparecchiata è un luogo appropriato dove ricordarlo anche per il suo amore per il cibo, un amore contrastato come tutto ciò che lo riguardava. Capace di pantagrueliche abboffate, sapeva accettare il tete a tete con un sedano o una carota, quando si avvicinava la data di inizio film e bisognava recuperare la perfezione della linea. Bulimico per natura, ascetico per ambizione, spendeva le sue giornate in una perenne e insanabile peregrinazione tra opposti. Quando si lasciava andare, ingurgitando montagne di cibo annaffiate di vino rosso, erano i momenti della festa, dei discorsi fluviali, della gestualità impazzita, delle risate sino alle lacrime, e allora veniva fuori il Vittorio che il grande pubblico, fermo all'ombrosa virilità di molti suoi personaggi, ignorava. E' strano pensare alla quantità di caos privato nascosto nel fondo del suo autocontrollo pubblico.
Poi la festa finiva, iniziava la quaresima e lo vedevi là, seduto davanti al suo sedano e alla sua carota, idoli insipidi da odiare e adorare insieme. Prima di mangiarli, li scrutava con il senso di colpa del ragazzo che, cresciuto in un ambiente intriso di fede, si ripete silenziosamente che un giorno ce la farà, ce la deve fare.
Rivedere Vittorio a tavola è rivederlo in famiglia, una famiglia allargata agli amici selezionati nel corso degli anni dalla sua diffidenza felina. D'altro canto, anche i gatti non arruffano il pelo se li disturbi durante il pasto? Vittorio aveva bisogno di sentirsi in famiglia tanto quanto ne aveva di sentirsene fuori, fuori da tutto, indipendente e lontano. Ritroviamo qui la scissione tra opposti, la spietata, masochistica pena che gli uomini orgogliosi infliggono a se stessi volendo una cosa e il suo contrario.
Sfidava i fondamenti della logica come i Titani sfidavano Giove, soccombendo all'impossibile. La logica è la logica, come si fa a contraddirla? Però nello sguardo verde mare con cui Vittorio scrutava i presenti, durante le cena tra intimi, sentivi palpitare un genuino bisogno di affetto, di sostegno, di comprensione. Era un bisogno che si allargava con il passare degli anni, come i cerchi di un'onda che impari poco a poco a lasciarsi andare. Una certa reticenza da altitudini alpine andava sciogliendosi, stemperandosi nella calma e nel calore. E alla fine a contare, più che le parole, era la corrente di silenziosa complicità che si veniva creando, suggellata da virili abbracci.
Intorno alla tavola Vittorio pesava in un modo che era soltanto suo: irripetibile, raro.

Dino e Filippo Gentili, sceneggiatori.