IL
TEMPO
Vittorio, eroe buono
dagli occhi di ghiaccio
di Gian Luigi Rondi
Per
i più Vittorio Mezzogiorno, viso squadrato, occhi azzurri
freddissimi, una mimica quasi riarsa, era il personaggio
reso celebre dalle due più recenti puntate della Piovra
televisiva, la quinta e la sesta, e per quelli che, dal
'73, lo avevano seguito soprattutto in TV, era l'interprete
di tanti fortunati sceneggiati di Negrin, di D'Anza, di
Risi, dal Picciotto all'Amaro caso della baronessa di
Carini, a Martin Eden, alla Vita continua a Io e il duce.
Salde interpretazioni anche quelle che avevano rivelato
al grande pubblico un attore cui, in teatro, erano stati
maestri Eduardo De Filippo e i due Giuffrè. Ma anche il
cinema, sia pure poco per volta, gli ha dovuto molto,
attraverso un itinerario che, passando dai film più facili
a quelli d'autore, lo aveva visto maturarsi e quasi formarsi
in cifre via via sempre più convinte e sicure, fino a
momenti di indiscussa autorità.
Ho cominciato a prendere atto dei suoi meriti alla fine
degli anni Settanta, tutte e due le volte a fianco di
Nino Manfredi: prima nel Giocattolo, di Giuliano Montaldo,
poi in Cafè Express, di Nanni Loy. Nei film polizieschi
con cui aveva esordito (Milano violenta, La polizia è
sconfftta), mi era sembrato soprattutto una faccia, forse
insolita nel panorama del nostro cinema (quelle durezze,
quei lineamenti sagomati) ma non ancora prossima a diventare
"maschera". Come fu sul punto di diventare, invece, nei
film di Montaldo e di Loy: rimaneva un pò in disparte,
lasciava ovviamente che Manfredi, sempre un pò mattatore,
prendesse il sopravvento su di lui, ma arrivava - come
mezzi espressivi ed anche come gesti - a tenergli testa
senza fatica, sempre abilmente vicino al drammatico, con
la possibilità di toccarne anche i tasti più segreti.
La conferma, solo qualche anno più tardi, con Francesco
Rosi, in Tre fratelli. Con Philippe Noiret e Michele Placido
era uno dei fratelli che, lasciando il loro lavoro in
città, venivano nel paesino del sud dov'erano nati per
assistere al funerale della madre. Il padre che li accoglieva
era Charles Vanel, anche lui, come Noiret e Placido, un
grandissimo attore dal mestiere collaudato. Pure Mezzogiorno,
cui Rosi regista e Tonino Guerra sceneggiatore avevano
affidato forse la parte piu dimessa - un educatore a Napoli
di minorenni traviati tormentato da dubbi sui propri sistemi
pedagogici - era riuscito ad imporsi a tal segno su tutti
gli altri da meritarsi il Nastro d'argento come migliore
attore protagonista dell'anno.
Una recitazione metà di testa metà di cuore, sempre con
giusti equilibri, in grado di andare a fondo nei sentimenti
senza mai manifestarli in modo eccessivo, pronta a sfumare,
ad alludere, ad accompagnare alle note più intense quelle
più segrete, con accenti perfino misteriosi, in cifre
rarefatte. L'opposto delle sue proposte televisive d'una
volta, ma già con echi di quelle che più in la ci avrebbero
rivelato la Piovra 5 e la Piovra 6 e i nuovi serial TV
anni Ottanta con Dino Risi e Alberto Negrin. Due anni
dopo si sarebbe lasciato ancora tentare dal "poliziesco",
questa volta, perb, Nella casa del tappeto giallo, passando
dalle felici esperienze con Rosi alla guida altrettanto
esperta di Lizzani, riuscì a proporsi con mestiere più
conscio, trascendendo quasi il genere con una decisa capacità
di rivestirlo di solidi accenti personali, alla luce di
meditate e severe ricerche psicologiche.
Lo attendeva comunque il suo cimento maggiore, quello
che avrebbe rivelato a tutti il grande cammino percorso
nel cinema, un film dopo l'altro, specie se con l'intervento
di registi di vaglia: il Mahabharata, diretto da Peter
Brook sulla base di un celebre testo indiano da lui già
messo in scena una volta in teatro. Mezzogiorno, nella
parte di Arjuna, una delle figure più leggendarie di quella
Bibbia Indù, esprimendosi in inglese e recitando un testo
dalle cadenze volutamente scespiriane scritto da Jean-Paul
Carrière, dava una dimostrazione così totale di estraniamento
che gli consentiva, sempre, di collocare il suo personaggio,
pur classico, fuori dal tempo, assimilandolo quasi, nei
gesti e negli accenti, alla gente di oggi.
Il "tono" gliel'aveva dato Peter Brook ovviamente, ma
lui vi aveva corrisposto nel modo più intelligente e congeniale,
imponendosi con una grande prova d'attore. Il vertice
cui, dopo cinque lustri di carriera, era felicemente approdato.
Gian
Luigi Rondi
©IL TEMPO
domenica 9 gennaio 1994
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