TEATRO FILMOGRAFIA
 

 

IL GIORNO


Vittorio Mezzogiorno
di Ugo Ronfani

Non sarà Louis Althusser, non porterà alle scene la tragedia del fliosofo marxista finito in una clinica psichiatrica per uxoricidio. Era il progetto di cui gli avevo parlato a nome dell'amico Piero Sanavio, autore del testo, perché prendesse corpo il suo sogno di fare teatro accanto alla moglie, Cecilia Sacchi. Un sogno al quale sentiva di avere diritto; che anzi riteneva indispensabile perché verso quella maschera del commissario Licata non provava alcun snobistico pregiudizio, ma teneva a ricordare che la sua storia era cominciata sulle tavole di un palcoscenico, nella Napoli dov'era cresciuto ultimo di sette fratelli, e alla scuola non di uno qualsiasi ma di Eduardo.
Il più grande dei De Filippo aveva stregato il giovane laureando in legge che aveva debuttato a otto anni nella "Cantata dei Pastori", nella parte di un pastorello assonnato che diceva "Deh, padre, lasciatemi dormire". "Ricordati, guagliò, che prima viene il teatro e poi il resto" gli diceva Eduardo; e lui, per dimostrare che se ne ricordava, passava in oscure parti da Scarpetta ad Aristofane da Martoglio a Brecht. Tanto che nell'89 aveva voluto rischiare fama e denari con un "Woyzek" spericolato diretto da Martone. Tre anni fa aveva allestito un dramma di Schnitzler, al Teatro 2 di Parma, accanto a Cecilia: gesto d'amore verso la compagna che s'era ritratta nell'ombra per fare posto a Licata. Recitare ancora insieme, loro due: era stato il discorso fatto un giorno d'inverno. Vittorio viveva gli ultimi giorni di quiete; poi il male s'era dichiarato, insidioso, nei polmoni; e all'incredulità subentrarono fra noi quei silenzi che cercano di proteggere i sentimenti nelle ore difficili.
Oggi la notizia consente di piangere senza vergogna l'amico perduto. Di ricordarlo così come m'era apparso - quei suoi occhi di ghiaccio, quella lieve asimmetria nascosta dietro gli occhiali di intellettuale, quel naso da pugile di palestre popolari che componevano una maschera adatta a scolpire emozioni e sentimenti - quando nel parco della Maison Vitar di Avignone, 1986, ci era stato presentato come il napoletano che "aveva incontrato il dio Brook". Di rivederlo poi con l'arco di Arjuna sulle rive del Rodano dove s'era recitato il "Mahabharata". Di risentire, adesso, l'orgoglio amaro di avere letto la motivazione con cui avevamo voluto premiarlo: "A Vittorio il Premio Montegrotto Europa '91 per la passione, il rigore e lo studio con cui è stato, fino in fondo, un attore del nostro tempo".

Ugo Ronfani
©IL GIORNO
Domenica 9 gennaio 1994