TEATRO FILMOGRAFIA
 

 

IL MATTINO


Quel ragazzo di Mergellina che piaceva a Spielberg
di Francesco Rosi

Un attore molto sensibile, preciso, entusiasta, volenteroso. Un uomo dolce, affettuoso. Quando pensai a lui per "Tre fratelli", lo incontrai a casa mia: non faccio mai provini per decidere una scelta, preferisco parlare con l'attore, osservarlo mentre avverto quello che ha dentro e mi convinco che possa essere giusto per quello che cerco, al di lā del suo aspetto fisico. Con Vittorio scoprii tante cose che mi piacquero. Tra l'altro venni a sapere che anche lui era stato, a Napoli, venti anni dopo di me, un ragazzo del Viale Elena, una strada una volta bellissima nella zona del mare, a Mergellina, una strada che a quei tempi era un mondo, e scoprii che lo era stato anche per i ragazzi della sua etā. Mi piacque subito, Vittorio, lo sentii vicino. Andammo in giro per cercare i vestiti per il film, per decidere il taglio di capelli, e cosi intanto lo conoscevo meglio. Me lo portai con me quando dovevo scegliere i vestiti per Charles Vanel: mi accorsi allora che di profilo erano identici, due gocce d'acqua. E anche la stessa altezza. Fu bella, felice, la lavorazione di quel film in una masseria tra Altamura e la mia amatissima cittā di Matera.
La presenza di Vanel, che: aveva giā circa novant'anni, faceva bene a tutti: grande vecchio, grande amico, grande attore. I suoi gesti misurati, calmi, il suo modo di interpretare un patriarca contadino, il suo rapporto con Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno, Philippe Noiret, i tre figli nel film, erano effettivamente quelli di un padre, e con la bambina, quelli di un nonno. Abbiamo vissuto circa tre mesi tra le mura di quella masseria e la campagna attorno, e il vicino paese di Cassano nelle Murge; avevo voluto che tutti sentissero il senso di una famiglia contadina del Sud dispersa, chi in una cittā del Nord, chi in un'altra, e i vecchi e la terra rimasti soli. Avevo voluto che avvertissimo tutti, dentro di noi, le lacerazioni e le domande senza risposta del terrorismo, era il 1980, il vuoto incolmabile della morte.
A Hollynvood, in occasione della nomination che il film ottenne per l'Oscar, Steven Spielberg mi chiese di spiegargli come fossi riuscito a ottenere in una unica inquadratura e in un complicato e lungo movi- mento di macchina che il cane puntasse da lontano il vecchio padrone Vanel, aspettando immobile che attraversasse il cortile della masseria, andasse a sedere sotto una tettoia, desolato per la morte della moglie, e lo raggiungesse poi, andando ad appoggiare la testa sulle ginocchia come per consolarlo; e, mentre il vecchio lo accarezza, si vede arrivare sullo sfondo il fglio Vittorio Mezzogiorno che raggiunge il padre, lo aiuta ad alzarsi, si guardano commossi uno di fronte all'altro, si abbracciano, dopo di che si avviano verso l'interno della casa.
Č il primo momento del film in cui padre e figlio si rincontrano: avevo preparato quella lunga inquadratura per fermarmi sui due profili identici di Vanel e di Mezzogiorno. Risposi a Spielberg che la cosa era stata possibile grazie alla bravura degli attori e dei miei collaboratori: la veritā. Il cane era stato ammaestrato da Vanel, Vittorio si muoveva trattenendo il fiato per l'emozione: il cane aveva sentito il momento, e si era comportato da grande attore. Ci siamo sentiti, tutti della troupe, particolarmente vivi durante quel film, portavamo dentro di noi il dolore e l'angoscia per un momento cosi difficile per il nostro Paese. Mi piace ricordare Vittorio tornando con la mente e con il cuore a quei momenti. E sono triste all'idea che non si potrā ripetere l'occasione per sentire assieme a lui quelle emozioni che il nostro lavoro lascia incancellabili in chi le prova.

Francesco Rosi
ŠIL MATTINO
Domenica 9 gennaio 1994