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Vittorio Mezzogiorno

NEGLI OCCHI - documentario
http://www.saverioferragina.com/negli-occhi/

Cercola (Napoli) 16 dicembre 1941; Milano 7 gennaio 1994

Ultimo di sette fratelli, è nato a Cercola, dove i genitori si erano trasferiti temporaneamente dal capoluogo campano. Tornato a Napoli, vi compie con impegno gli studi classici. Studente modello del liceo Umberto, sognava di diventare campione del ring. La boxe: una passione che lo accompagnerà per tutta la vita. Nella Napoli tra Riviera di Chiaia e Viale Regina Elena, studiando di giorno e, di nascosto dai genitori, con addosso la febbre di scorribande notturne a contatto con ogni emarginazione o rischio della città. Una doppia vita che non gli precluse una laurea in legge. Ma intanto un fratello maggiore, Vincenzo, con velleità da regista lo istruiva nei panni di Caronte, in una scenografia di sedie accatastate. A diciotto anni, si iscrisse all'Università, frequentò Medicina per un anno, poi passò a Giurisprudenza. Nel periodo universitario, per pura curiosità intellettuale, fa le sue prime esperienze di palcoscenico con il Teatro S, recitando in lavori di Beckett e Jonesco. Per impostarsi, la voce e perfezionare la propria dizione, doveva approfittare delle ore di studio. Per interminabili pomeriggi e anni accademici, la famiglia lo udì declamare drammaticamente lunghi capitoli di storia del Diritto e sequele di commi del Codice Penale. Solo più tardi, dopo aver recitato per due intere stagioni (1966/67, 1967/68) nella compagnia di Eduardo De Filippo, e dopo essersi laureato, finirà per riconoscere la propria vocazione di attore. Nel 1969 incontra l'attrice Cecilia Sacchi, recitavano assieme in Le donne di Aristofane, nel Teatro Greco di Segesta in Sicilia. Con Cecilia si stabilisce un rapporto personale saldissimo coronato con il matrimonio, il 14 ottobre 1972, e la nascita di Giovanna, il 9 novembre 1974.

Trasferitosi a Roma, per qualche tempo si dedica ancora al teatro; sarà in compagnia con i fratelli Giuffrè e Lauretta Masiero, poi con Gianni Santuccio, Gianrico Tedeschi e Mario Scaccia, in cooperativa con Flavio Bucci, Stefano Satta-Flores, Cristiano Censi e Isabella Del Bianco. Nel 1971 debutta in televisione, accanto a Michele Placido in Indagine su una rapina con la regia di Gian Pietro Calasso, e con il film Cecilia - Storia di una comune anarchica di Jean Louis Comolli, nel 1975, debutta in cinema.

Prenderà parte ad importanti e fortunati sceneggiati televisivi, tra i quali: Il picciotto di Alberto Negrin, Il Marsigliese di Giacomo Battiato, L’Amaro caso della baronessa di Carini di Daniele D’Anza, Una spia del regime di Alberto Negrin, Martin Eden di Giacomo Battiato, Io e il Duce film-tv diretto da Alberto Negrin con un grande cast internazionale da Anthony Hopkins a Susan Sarandon, …E la vita continua di Dino Risi, nel 1990-'92 riscuote una grande popolarità nelle due serie de La Piovra 5 e 6 diretta da Luigi Perelli.

In cinema ha interpretato vari film di azione come Milano violenta di Mario Caiano, La polizia è sconfitta di Domenico Paolella, Speed Cross di Stelvio Massi. Con Il Giocattolo di Giuliano Montaldo vince il suo primo Nastro d’Argento bissato due anni dopo con Tre fratelli di Francesco Rosi accanto a Michele Placido e Philippe Noiret. Lavora, tra gli altri, diretto da: Luigi Magni in Arrivano i bersaglieri, Nanni Loy in Café Express, Marco Tullio Giordana in La caduta degli angeli ribelli, Carlo Lizzani in La casa del tappeto giallo, Jean Jacqes Beneix in La lune dans le caniveau, Patrice Chéreau in L’Homme Blessé, Alfredo Arias in Fuegos, Robert Enrico e Richard T. Heffron in La Revolution Française, Daniel Schmid in Jenatsch e Zwischensaison, Marco Bellocchio in La condanna, Werner Herzog in Cerro Torre: scream of stone, Amos Gitai in Golem, l’esprit de l’exil.

Dal 1984 al 1988 prende parte, nel ruolo di Arjuna, al grandioso e leggendario Mahabharata diretto da Peter Brook adattato da Jean-Claude Carrière.Prima nella versione teatrale della durata di nove ore (edizione in lingua francese e inglese, un cast internazionale, un grande successo di critica e di pubblico, quattro anni di tournée intorno al mondo) poi nella versione televisiva di sei ore e cinematografica di tre ore, quest’ultima presentata come “evento speciale” alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1989.

I suoi ultimi lavori teatrali: Woyzek di George Büchner con la regia di Mario Martone e Scena Madre di Arthur Schnitzler, regia di Alain Maratrat, accanto a sua moglie Cecilia Sacchi.

TEATRO

1992 
Teatro Stabile di Parma
- SCENA MADRE di Arthur Schnitzler, regia di Alain Maratrat

1989
Ater Teatro
- WOYZECK di George Bechner, regia di Mario Martone

1987/88 
Centre Int. de Recherche Thèatral e Royal Shakespeare Company
- THE MAHABHARATA (vers. inglese) adattamento di Jean-Claude Carrière per la regia di Peter Brook

1986 
Falso Movimento
- RITORNO AD ALPHAVILLE regia di Mario Martone

1984/85/86 
Centre International de Recherche Thèatral
- LE MAHABHARATA (vers. francese) adattamento di Jean Claude Carrière per la regia di Peter Brook

1976 
Teatro Stabile di Catania
- ANNATA RICCA di Martoglio, (in siciliano) regia di Romano Bernardi
- IL MOSTRO di Ghigo de Chiara, regia di G. De Martino

1971
Cooperativa Teatro Belli
- L'OPERA DEL MENDICANTE di John Gay, regia di Giorgio Bandini

1970
Cooperativa Teatrale Compagni di Scena
- LA MADRE di Bertolt Brecht, regia di Cristiano Censi

1969
- LA PRIMAVERA DI PRAGA di Luigi Preti Compagnia Lucio Ardenzi
- LE DONNE di Aristofane, regia di Mario Prosperi

1968/69 
Compagnia Aldo e Carlo Giuffrè-Lauretta Masiero
- IL CAVALLO A VAPORE regia di Daniele D'Anza

1968
Istituto del Dramma Antico
- LE NUVOLE di Aristofane, regia di Roberto Guicciardini

1967/68
Compagnia Eduardo De Filippo
- IL CONTRATTO di con Eduardo De Filippo

1966/67
Compagnia Eduardo De Filippo
- LE FARSE DI SCARPETTA: 'Na mugliera africana e 'Ommiedeco díe femmene di e con Eduardo De Filippo.

Film & Tv

1992
- ZWISCHENSAISON Off season (Uncle Paul) regia di Daniel Schmid
- GOLEM, L'ESPRIT DE L'EXIL (The maharal) regia di Amos Gitai

1991 
- LA PIOVRA 6 - L'ultimo segreto (Licata) regia di Luigi Perelli (TV)

1990 
- LA PIOVRA 5 - Il cuore del problema (Licata) regia di Luigi Perelli (TV)
- LA CONDANNA (Lorenzo Colajanni) regia di Marco Bellocchio
- CERRO TORRE: SCREAM OF STONE Grido di pietra (Roccia) regia di Werner Herzog
Premio Ciak d'Oro 1991 migliore attore  -  Premio Pasinetti 1991 migliore attore

1989 
- LA REVOLUTION FRANÇAISE (Marat) regia di Robert Enrico e Richard T. Heffron

1988 
- THE MAHABHARATA (Arjuna) regia di Peter Brook

1987 
- CONTRAINTE PAR CORPS (Kasta) regia di Serge Leroy

1986 
- FUEGOS (El Gringo) regia di Alfredo Arias
- JENATSCH (Jörg Jenatsch) regia di Daniel Schmid

1984 
- LA GARCE (Max Halimi) regia di Christine Pascal

1983
- LES CAVALIERS DE L'ORAGE (Goriam) regia di Gerard Vergèz
- UN FORO NEL PARABREZZA (Eugenio) regia di Sauro Scavolini

1982 
- LA CASA DEL TAPPETO GIALLO (Antonio) regia di Carlo Lizzani
- UN ASINO AL PATIBOLO regia di Giuliana Berlinguer
- …E LA VITA CONTINUA (Saverio Betocchi) regia di Dino Risi
- LA LUNE DANS LE CANIVEAU (Newton Channing) regia di Jean Jacques Beneix
- L'HOMME BLESSE' (Jean) regia di Patrice Chéreau

1981
- TRE FRATELLI (Rocco Giuranna/Donato giovane) regia di Francesco Rosi
Premio Nastro d'Argento migliore attore protagonista
- ... E NOI NON FAREMO KARAKIRI (Matteo) regia di Francesco Longo
- IO E IL DUCE (Paolini) regia di Alberto Negrin (TV)
- LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI (Vittorio) regia di Marco Tullio Giordana

1980 
- CAFE' EXPRESS (Amitrano) regia di Nanni Loy
- ARRIVANO I BERSAGLIERI (Alfonso) regia di Luigi Magni
- DESIDERIA: LA VITA INTERIORE (Erostrato) regia di Gianni Barcelloni
- CAR CRASH (Paul) regia di Antonio Margheriti

1979
- IL DOPPIO SOGNO DEI SIGNORI X regia di Anna Maria Tatò
- I RACCONTI FANTASTICI DI EDGAR ALLAN POE regia di Daniele D’Anza (TV)
- IL GIORNO DEI CRISTALLI regia di Giacomo Battiato (TV)
- MARTIN EDEN (Cheeseface) regia di Giacomo Battiato (TV)

1978
- IL GIOCATTOLO (Sauro) regia di Giuliano Montaldo
Premio Nastro d'Argento migliore attore non protagonista
- SPEED CROSS regia di Stelvio Massi

1977
- LA POLIZIA È SCONFITTA regia di Domenico Paolella

1976
- BASTA CHE NON SI SAPPIA IN GIRO -  Episodio: IL SUPERIORE (Lupo) regia di Luigi Magni
- UNA SPIA DEL REGIME regia di Alberto Negrin (TV)

1975
- LA CECILA Storia di una comune anarchica (Luigi) regia di Jean-Louis Comolli
- L'AMARO CASO DELLA BARONESSA CARINI  (Enzo Santella) regia di Daniele D'Anza (TV)
- MILANO VIOLENTA (Walter) regia di Mario Caiano

1974 
- IL MARSIGLIESE regia di Giacomo Battiato (TV)
- L'ASSASSINIO DEI FRATELLI ROSSELLI regia di Silvio Maestranzi (TV)

1973
- IL PICCIOTTO regia di Alberto Negrin (TV)
- BISTURI LA MAFIA BIANCA regia di Luigi Zampa

1972
-
 IL CASO PISCIOTTA regia di Eriprando Viscontii

1971
- INDAGINE SU UNA RAPINA regia di Gian Pietro Calasso

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Vittorio Mezzogiorno

Born on 16th December 1941 at Cercola (Naples). Died 7th January 1994 in Milan.

The last of seven children, he was born in Cercola, where his parents had moved to temporarily from Naples. On returning to Naples, he pursued classical studies with wholehearted commitment. A model student of the high school Umberto, he dreamt of becoming a champion in the boxing ring. Boxing: a passion that accompanied him throughout his life. In Naples, between Riviera of Chiaia and Viale Regina Elena, he studied during the day while at night, behind his parent’s back, between one escapade and another, he got involved with risky and socially marginalised groups . A double life that however did not prevent him from getting his degree in law. But in the meanwhile, his elder brother Vincenzo with pretensions of becoming a director, instructed him in the role of Caronte, in a stage set of piled up chairs. At the age of eighteen, he enrolled at the university in the faculty of Medicine but after one year shifted to the Law faculty. During his university days, out of pure intellectual curiosity, he experienced his first impact with the stage at Theatre S. acting in plays by Beckett and Ionesco. To train his voice to the right pitch and to improve his diction he had to make the most of his study time. For never-ending afternoons of his academic years. his family listened to him declaiming dramatically long chapters from The History of Law, and long sequences from his books on the Penal Code. Only much later, after having recited for two whole seasons (1966-67, 1967-68) in the stage company of Eduardo De Filippo , and after having graduated, did he finally recognise his calling and true vocation as an actor.    In 1969 he meets the actress Cecilia Sacchi when they were acting together in Le donneby Aristophane in the Greek Theatre of Segesta in Sicily. He establishes with Cecilia a strong and long- lasting personal relationship which leads to their marriage on October 14,1972 and the birth of their daughter Giovanna on 9th November 1974.

After moving to Rome, for some time he dedicated his time once again to the theatre, where he worked in the company of the Giuffre’ brothers and Lauretta Masiero, then with Gianni Santuccio, Gianrico Tedeschi and Mario Scaccia and in a cooperative with Flavio Bucci, Stefano Satta-Flores, Cristiano Censi and Isabella Del Bianco. In 1971 he made his debut in television, along with Michele Placido in Indagine su una rapina directed by Gian Pietro Calasso and subsequently in cinema in 1975 with the film Cecilia directed by Jean Louis Comolli . In 1975 he makes his debut in cinema.

He takes part in many successful television series like Il picciotto by Alberto Negrin, Il Marsigliese by Giacomo Battiato, L’Amaro caso della Baronessa Carini by Daniele d’Anza, Una spia del regime by Alberto Negrin, Martin Eden by Giacomo Battiato, Io e il Duce (Mussolini and I) a film for television directed by Alberto Negrin with an international cast of great actors like Anthony Hopkins and Susan Sarandon, and ...e la vita continuaby Dino Risi. In 1990-92, in the two popular television series La Piovra 5 and 6 (The Octopus 5 and 6) directed by Luigi Pirelli he meets with great success. In cinema he acted in various action movies like Milano violenta(Bloody Payroll) by Mario Caiano, La polizia è sconfitta (Elimination Force) by Domenico Paolella, and Speed Cross by Stelvio Massi. With the film Il giocattolo by Giuliano Montaldo he won his first award (Nastro d’Argento) followed by a repeat success, two years later, with Tre fratelli (Three Brothers) by Francesco Rosi acting alongside Michele Placido and Philippe Noiret. Besides this he worked under the direction of Luigi Magni in Arrivano i bersaglieri and with Nanni Loy in Café Express, Marco Tullio Giordano in La caduta degliangeli ribelli., Carlo Lizzani in La casa del tappeto giallo, Jean Jacques Beneix in La lune dans le caniveaux, Patrice Chéreaux in L’homme blessé, Alfredo Arias in Fuegos, Robert Enrico and Richard T. Heffron in La Revolution Française, Daniel Schmid in Jenatsch and Zwischensaison, Marco Bellocchio in La condanna (The Conviction), Werner Herzog in Cerro Torre Scream of Stone, Amos Gitai in Golem, L’esprit de l’exil.

From 1984 to 1988 he played the role of Arjuna in the grand and legendary The Mahabharata directed by Peter Brook and adapted by Jean-Claude Carrière. This opera was first shown in the theatre as a nine-hour play (French and English editions, an international cast, a great success with the critics and the public, four years tourneé around the world) and then later made into a three-hour version for the television and cinema. The three-hour version was presented as a “special event” at the International Film Festival of Venice in 1989.

His last theatrical works were – George Büchner’s Woyzeck directed by Mario Martone and Arthur Schnitzler’s Scena Madre directed by Alain Maratrat alongside his wife Cecilia Sacchi.

1991 - Premio Montegrotto-Europa per il teatro
La motivazione:
Premiando l’attore del Mahabharata, impegnato anche nel cinema e nella televisione, la Giuria ha reso merito ad una vocazione autentica, perseguita con passione e con studio, e ha inteso riconoscere il riuscito approdo ad una nuova, moderna concezione del ruolo dell’uomo dello spettacolo.

1991 - CERRO TORRE: SCREAM OF STONE (Grido di pietra) regia di Werner Herzog
Premio Ciak d'Oro migliore attore
Premio Pasinetti  migliore attore

1981 - TRE FRATELLI regia di Francesco Rosi
Premio Nastro d'Argento migliore attore protagonista

1979 - IL GIOCATTOLO regia di Giuliano Montaldo
Premio Nastro d'Argento migliore attore non protagonista

"Scena Madre" di Arthur Schnitzler - 1992
"Golem, l'esprit de l'exil" di Amos Gitai - 1992
"La Piovra 6: l'ultimo segreto" di Luigi Perelli - 1991
"La Condanna" di Marco Bellocchio - 1990
CERRO TORRE: Scream of Stone (Grido di Pietra) di Werner Herzog - 1990
"LA PIOVRA 5" regia di Luigi Perelli - 1990
"La Rivoluzione Francese" di Robert Enrico e Richard T. Heffron - 1989
"The Mahabharata" di Peter Brook - 1988
"The Mahabharata" Centre International de Recherche Thèatral regia di Peter Brook - 1988
"Contrainte par corps" di Serge Leroy - 1987
"Fuegos" di Alfredo Arias - 1986
"Jenatsch" di Daniel Schmid - 1986
"...E la vita continua" di Dino Risi - 1984
"La Garce " di Christine Pascal - 1984
1984/85/86 "The Mahabharata" Centre International de Recherche Thèatral regia di Peter Brook - 1984
"Les Cavaliers de l'Orage" di Gerard Vergez - 1983
"Un foro nel parabrezza" di Sauro Scavolini - 1983
"L'homme blessé" di Patrice Chereau - 1982
"La casa dal tappeto giallo" di Carlo Lizzani - 1982
"La lune dans le caniveau" di Jean Jacquues Beneix - 1982
"LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI" di Marco Tullio Giordana - 1981
"...E noi non faremo karakiri" di Francensco Longo - 1981
"Tre fratelli" di Francesco Rosi - 1981
"Cafè express" di Nanni Loy - 1980
"Arrivano i bersaglieri" di Luigi Magni - 1980
"Car Crash" di Antonio Margheriti - 1980
"Desideria: la vita interiore" di Gianni Barcelloni - 1980
"Speed Cross" regia di Stelvio Massi - 1978
"Il Giocattolo" di Giuliano Montaldo - 1978
"La polizia è sconfitta" di Domenico Paolella - 1977
"La Cecilia" Storia di una comune anarchica (Luigi) regia di Jean-Louis Comolli - 1975
"Milano violenta" di Mario Caiano - 1975
"Bisturi la mafia bianca" di Luigi Zampa - 1973
"Indagine su una rapina" di Gian Pietro Calasso - 1971
Compagnia Eduardo De Filippo "Il contratto" di con Eduardo De Filippo - 1967
Compagnia Eduardo De Filippo 'Na mugliera africana e 'Ommiedeco díe femmene di e con Eduardo De Filippo - 1966
"Aspettando Godot" regia di Gerardo D'Andrea - 1962
Vittorio Mezzogiorno - prime esperienze teatrali - 0000

TONI THORIMBERT per
IO DONNA
 del 17 Marzo 2012
http://tonithorimbert.blogspot.it/2012/03/giovanna-mezzogiorno-for-io-donna.html

Questo che segue è un piccolo pezzo che ho scritto per il giornale.
Racconta della prima volta che ho incontrato Giovanna, nel 1991, mentre fotografavo il padre Vittorio per Vanity Fair.

Padre e figlia. E io tra loro. Che ricordo...

Una scenata pazzesca, indimenticabile. Vittorio Mezzogiorno era furioso. Giovanna, sua figlia, adolescente con qualche problema di rendimento scolastico, zitta.
Io lì come terzo incomodo. Giovanna piccola e bellissima e comunque tosta. Non indietreggia.
Il padre, carisma allo stato puro, in quel momento al culmine della sua fama. E io in mezzo.
Sono un fotografo, e così, invece di salutare, sparire alla chetichella, o sprofondare, faccio pure qualche scatto.

Ma la stanza, grande, con il pavimento e le pareti grezze e scrostate in una bella villa borghese in centro a Milano, sembra invece troppo piccola per contenere tutto. Fotografo un po’ lui, nella sua incazzatura e un po’ lei, chiusa nel suo silenzio.
Ma forse la foto è giusta così, in questo momento una rottura c’è.
Insomma, non ce la fanno a stare insieme nemmeno nel rettangolo virtuale della mia inquadratura.
Era il 1991.

Ora Vittorio, purtroppo non c’è più. A me piaceva molto, era bello da fotografare perché era un vanitoso costruttivo. Nelle foto, lui ci si metteva con tutto se stesso, come credo facesse in tutte le sue cose. Aveva la fama di uomo molto esigente, sul lavoro, ma anche con le sue persone, e questo mi ha fatto sempre sentire molto figo, perché con me era sempre sintonizzato, intenso, onesto, diretto. Andammo a Roma in una sua palestra, era stato pugile vero, scattammo foto per ore, Vittorio non faceva mai le cose per finta, per scena, le faceva fino in fondo e basta. Non si risparmiava, ma non era il risultato, il suo obbiettivo. Voleva cogliere l’occasione di essere ed agire senza mezzi termini, senza compromessi, come piaceva a lui.

E Giovanna è cresciuta, è diventata grande e grande attrice. Non era scontato, anzi.
Ora, quando ci siamo visti, mi ha regalato “Negli occhi” un piccolo film documentario sul padre girato da Daniele Anzellotti e Francesco Del Grosso che lei a co-prodotto e interpretato. E’ un film su Vittorio, la sua carriera e le sue avventure, ma è soprattutto un film su tutti noi, rimasti senza di lui.
Vederlo, mi ha commosso e mi ha riportato a quel pomeriggio di tanti anni fa in quella casa, a come può essere stato bello essere sgridati da un papà come lui.
Toni Thorimbert

sempre su IO DONNA - Maggio 2009
http://tonithorimbert.blogspot.it/2009/06/giovanna-mezzogiorno-and-filippo-timi.html

IL FATTO QUOTIDIANO
Mercoledi 29 settembre 2010

MEZZOGIORNO IN SUPER 8
Giovanna ricorda il padre Vittorio in un collage di filmati.

di Malcom Pagani

Prima di lui, il rombo, la moto, l’attesa del ritorno. Poi il campanello e dopo l’ombra di Vittorio Mezzogiorno, quella degli amici che sembravano aspettarlo dietro la porta. Il gruppo, la famiglia, il whisky e una figlia Giovanna, al piano di sopra della grande villa di Casalpalocco, dove agli inizi degli anni ’70, insensibili al grido di Nanni Moretti in “Caro diario”: “Ma trent’anni fa, Roma era bellissima”, questo autoironico napoletano di Cercola: “In realtà rimasi sempre un cafone della provincia” e sua moglie, si rifugiarono con il sacco delle inquietudini a portata di fuga, il teatro all’orizzonte e il presente incerto. Bisogna guardarla negli occhi, Giovanna Mezzogiorno. Ascoltarne i lamenti infantili “Non voglio fare il bagno papà, perché mi devo sempre lavare le orecchie”che pugnalano l’autocontrollo sui titoli di coda. Entrare nelle pieghe del suo viaggio cinematografico ai confini del tempo per dare forma al ricordo, nel notevole sforzo di evitare l’inganno dell’apologia, restituendo all’istante le contraddizioni di un uomo che troppo presto salutò senza concedersi il lusso di farsi dimenticare. Il padre commerciante di granaglie, la madre contadina e una famiglia allargata dai molti cognomi davanti alla telecamera, (senza confini parentali che non fossero la caduta della diffidenza e l’affetto di Vittorio stesso) per raccontare (ognuno con il proprio graffio, punto di vista, ragionamento sentimentale) il rimpianto di un’assenza in un bel documentario di poco più di un’ora. “Negli occhi” (Anzellotti, Del Grosso, Vega productions) è un esperimento. Mezzo secolo di passione artistica, ricostruita con la pazienza di un amanuense, che dopo essere passato tra gli applausi a Venezia 66, ha preso un giro largo e hamingwayano che lo ha portato a conquistare menzioni, nastri d’argento e globi d’oro. Un fiume di consensi che assecondando il fortunato disordine della bellezza e la distrazione colpevole che ancora oggi, opprime un genere inesplorato, ha saldato con l’attore un debito quasi ventennale. Lo ha fatto lentamente, in maniera sinistramente speculare a quanto il suo ambiente seppe utilizzare uno splendore non comune e una presenza scenica che a Vittorio, costò un ingeneroso esilio dalla prima pagina.  Mezzogiorno morì all’alba del 1994. A 52 anni. Marco Tullio Giordana che gli era amico, lo incontrò nella sua tana sul Sannio (montagne all’orizzonte, solitudine) quando la linea dell’esistenza aveva già virato a nero: “Mi disse che era malato. D’un fiato. Senza preamboli”. Sul divano scelto per l’intervista, assalito dal salice piangente, Giovanna lo osserva. Non muove un muscolo. Passa tra loro un silenzio pudico, breve, significativo. Poi Giordana (timido come i Mezzogiorno, padre e figlia) trova le parole. “Era dispiaciuto, quasi disperato per te, per le cose che lasciava ma diceva: ‘il male non mi vincerà’”. Vinse invece, non abbastanza da cancellare le tracce che adesso, nella sezione ritratti, evadendo dal circuito nazionale arrivano ad Annecy, in Francia, dove il buon cinema batte i colori delle bandiere più diverse. Con i super 8 sgranati usciti da un cassetto, il privato che diventa pudicamente pubblico, le confessioni a mezza voce, Giovanna Mezzogiorno miracolosamente, evita il santino. E ci trascina in un’Italia che si trasformò con il padre, dal bar della piazza al boom, mentre sceglie la narrazione più difficile, il verismo senza orpelli, tra cucine caotiche come la valigia di chi recita, bicchieri di vino da condividere e tasselli della memoria. Vittorio studente del Liceo Umberto di Napoli, Vittorio amato dalle zie, Vittorio travestito da martire cristiano nelle recite natalizie e scolastiche, prima di incontrare l’Università di Eduardo, il più bravo e il più severo. “Di un rigore monastico che riservava anche a se stesso. Disprezzava i mediocri, i meschini, perdonava a fatica i furbi” argomenta un Mezzogiorno giovanissimo in tv.  Per attraversare indenne la sua indole, Vittorio deve cedere qualcosa. Laurearsi in legge, nonostante come ricorda Italo Cardarelli, il sodale più caro, quasi un fratello: “A me a lui, piacevano mare, libertà e ragazze. Optammo per Giurisprudenza perché ci consentiva uno studio matto e non totalizzante”.  Sullo schermo, tra registi ‘alti’ come Martone con il quale Mezzogiorno nel 1986, riprodusse le ossessioni di Godard, maestri come Peter Brooke e mestieranti spiritosi come Mario Caiano, passano le scarpe da ginnastica di Giovanna, le colazioni collettive in cui manca l’audio ma è come se i dialoghi suonassero una musica nota, i viali illuminati di Napoli, le foto in bianco e nero e gli spezzoni televisivi. Le confessioni senza filtro, velo o calcolo di chi per Mezzogiorno, ha mantenuto un luogo per essere ancora. Napoletano atipico che seppe volar via, per poi tornare, barbaro domato da sua moglie: “capivi che non potevano essere, l’uno senza l’altra” (ancora Giordana) con la compagna che gli risponde indirettamente, in uno dei momenti più toccanti del film per quanto esprime e soprattutto per tutto quello che tiene a freno: “Ero ammalata di Vittorio, ma era una malattia bella”. O Gianni Minà, e Francesco Rosi impegnati a descrivere il Vittorio meno noto alle prese con “la città che amava ma gli andava stretta”, che a detta del Nipote, Luca Costa: “Lo impressionava perché ne intuiva tutto l’autolesionismo”. Terra, cultura, clima. Lo spirito anarchico retto da regole ancestrali, tormenti, tristezze e ironie. “Di notte andava a conoscere la Napoli che può causare problemi, per il gusto di sapere, di capire”, dice Rosi. E poi ancora, tutti gli elementi (apparentemente inessenziali ma non meno importanti) della cosmogonia di un appartato: l’amore per i cani, quella per la boxe tutta ventagli, fratture e silenzi (Mario Caiano: “Mi faceva vedere con orgoglio il naso spaccato”). Le durezze, lo scambio continuo tra simili, i prati, il bisogno di essere accettati, le discussioni con l’omologo Michele Placido, “ci sentivamo speciali, ma senza boria”, la fatica della gavetta e il riconoscimento tardivo (La piovra, Bellocchio, il teatro europeo più profondo) che avrebbe aperto prospettive nuove. Passa la musica di Pino Daniele, e la voce di Giuliano Montaldo che dice: “Chi osservano la maturità di Vittorio non avrebbe voluto fare un film con lui?” Pausa. “Poi se vuoi farmi commuovere ancora, Vaffanculo”. La camera riprende una sedia vuota. Giovanna dietro, tutta la vita davanti, Vittorio dentro. Negli occhi.

© Malcom Pagani - IL FATTO QUOTIDIANO

Omaggio a Vittorio Mezzogiorno
di Anna Redi
Tratta dal catalogo del 7mo GenovaFilm Festival, 2004

IL MATTINO
Lunedì 29 Dicembre 2003

UN PREMIO PER I GIOVANI NEL NOME DI VITTORIO MEZZOGIORNO
"A dieci anni dalla scomparsa lo celebriamo con una borsa di studio per giovani attori. Perché il nostro è un mestiere che esige studio e sacrifici"  
L'omaggio di Giovanna Mezzogiorno
di Oscar Cosulich

Roma. Vittorio Mezzogiorno morì il 7 gennaio del '94. Aveva 53 anni: giusto un decennio dopo, sua figlia e la sua città lo ricordano con una particolare iniziativa culturale. Giovedì 8 gennaio, nella sala grande del Med Maxicinema di Napoli, la proiezione di "Tre Fratelli" di Francesco Rosi alla presenza della figlia, Giovanna Mezzogiorno, siglerà l'istituzione del premio intitolato a Vittorio. Si tratta di una borsa di studio destinata a un giovane attore, che gli consenta di perfezionarsi e metta anche in evidenza l'importanza dello studio e della bravura "contro la logica delle veline". "Tre fratelli", che vede Vittorio Mezzogiorno nel ruolo di protagonista, e al suo fianco Michele Placido e Philippe Noiret, valse nel 1981 all'attore di Cercola il secondo Nastro d'Argento, dopo quello già vinto per "Il giocattolo" di Montaldo ed è stato scelto come esemplificazione del suo talento. Il premio è organizzato dalla Regione Campania (assessorato allo Spettacolo), con il Med, l'associazione Mario Brancaccio, il Circolo Achab e la Cineteca Nazionale. Delle sue finalità parla Giovanna Mezzogiorno, una delle più affermate attrici del nuovo cinema italiano (a marzo uscirà "L'amore ritorna" di Sergio Rubini, che la vede al fianco di Fabrizio Bentivoglio e Margherita Buy, storia di un attore che al culmine diella carriera si ammala e riscopre, così, l'amore per la sua terra e la famiglia).
Giovanna, com'è arrivata all'idea di questo premio?
"Ormai sono passati dieci anni, anche se non mi sembra ancora possibile, dal giorno terribile in cui mio padre morì. Io non avevo ancora cominciato a recitare, non ho mai avuto la gioia di averlo presente alle mie "prime", ma so bene quanto il lavoro, l'impegno professionale, siano stati per lui una cosa sacra, un imperativo. Finora mia madre e io ci siamo sempre tenute lontane da ogni ricordo pubblico di papà, perché non volevamo assolutamente che si creasse il sospetto di un uso esibizionistico e strumentale della sua memoria. Dieci anni dopo, con la dovuta discrezione, abbiamo scelto Napoli, la sua città, il luogo a cui era più legato, per creare qualcosa che gli assomigli, in cui si possa riconoscere il suo spirito".
Ha evitato per questo l'idea di un premio glamour?
"Le statuette, i riconoscimenti, fanno sempre piacere, ma già ce ne sono tanti, che papà ha vinto quando era vivo. Io credo, tutti noi crediamo, che dare a un giovane attore, o a una giovane attrice - di talento - l'opportunità di studiare, di perfezionarsi in scuole di recitazione, in Italia o all'estero, sia la cosa che più assomigli alla tenacia che mio padre aveva, alla sua capacità di dedicarsi allo studio. Perché, per recitare bene, ci vuole tanta fatica. Per farsi solide basi sono necessari sacrifici. Tanti. Insomma... il nostro premio sarà un po' controcorrente.
In che senso?
"Troppo spesso si crede che recitare sia facile, o questione di fortuna; che per farlo basti la bellezza. Ma questa è la logica delle veline. Noi, ricordando mio padre, vogliamo mettere in evidenza quanto in questo lavoro servano lo studio, la preparazione e la bravura, perché solo su queste basi si può andare avanti, magari confidando poi anche nella fortuna. A teatro, come al cinema, puoi sperare di farcela in qualche modo, ma la differenza tra un professionista preparato e uno che si è, invece, improvvisato attore si vede sempre".
La sera dell'8 gennaio sarà l'occasione per una riunione famigliare?
"A Napoli ci sarà la "calata dei Mezzogiorno". O meglio, io vestirò i panni dell'"emigrante", che torna finalmente a casa e festeggia con tutti i parenti che vivono lì: sarà una bella occasione per stare tutti insieme nel nome di papà. Ho sempre il rimpianto di non passare abbastanza tempo a Napoli. In ogni caso, la serata sarà molto discreta: salirò sul palco a spiegare il senso dell'iniziativa, il valore simbolico di quella data e del film di Rosi (che penso sia uno dei più belli che mio padre abbia interpretato) e niente più. Toccherà poi al premio, spero, il compito di dimostrare la bontà della nostra idea".

Oscar Cosulich 
© IL MATTINO

VITTORIO MEZZOGIORNO
Dino e Filippo Gentili

Vittorio era un uomo di personalità e la personalità di un uomo la si può misurare anche dal peso che sa ritagliarsi intorno a una tavola apparecchiata.
Abbiamo condiviso innumerevoli cene con lui e ogni volta era lo stesso spettacolo. I suoi atti, le sue parole pesavano più di quelle degli altri. Pesavano nel senso letterale del termine, cadevano voluminosi tra piatti e forchette e attiravano su di sé sguardi, suscitavano curiosità, imponevano silenzi. E ciò indipendentemente dal loro contenuto.
Mettete un uomo di personalità e un uomo senza personalità vicini di tavola, fategli pronunciare la stessa frase, parola per parola, e la reazione che susciteranno saranno completamente diverse: il primo catturerà le attenzioni dei presenti, il secondo verrà ignorato. Spingetevi ancora oltre in questo parallelo crudele: fate pronunciare all'uomo con personalità una frase anonima e all'uomo senza personalità una frase intelligente. Nove volte su dieci il risultato resterà invariato, le orecchie dei presenti si volgeranno verso il primo sorvolando sul secondo, ridotto a muto fantasma. Insomma: l'approssimazione è un lusso che l'uomo di personalità può concedersi senza danneggiare se stesso, laddove l'arguzia passeggera non salva l'uomo mediocre dall'anonimato.
Vittorio era la dimostrazione vivente che non siamo tutti uguali. Il suo segreto era semplicissimo: non cercava il consenso. Lo amava, certo (e chi non lo ama?), ma non gli si affannava dietro come gli uomini senza personalità, sempre in cerca di qualche cono di luce riflessa in cui riscaldarsi e vivere. Trattava con il consenso da pari a pari, con quell'orgoglio, talvolta sprezzante, sempre guardingo, che avvolge certi uomini del Sud come un vapore sulfureo emanato dalla terra.
Aggiungiamoci una dose di impudenza; in ogni vita di successo c'è un protendersi oltre il limite del consentito, quel limite sul quale si fermano gli altri, gli indecisi, che a furia di indecisione finiscono per non fare niente. Aggiungiamoci anche una fetta consistente di paura; la paura accresceva il fascino di Vittorio come una tonalità melanconica di colore su una tela troppo accesa, l'umanizzava rendendolo imperfetto, e dunque più abbordabile, più vicino. Anche quando ringhiava, e ringhiava spesso, era benedetto dalla  fragilità.
La tavola apparecchiata è un luogo appropriato dove ricordarlo anche per il suo amore per il cibo, un amore contrastato come tutto ciò che lo riguardava. Capace di pantagrueliche abboffate, sapeva accettare il tete a tete con un sedano o una carota, quando si avvicinava la data di inizio film e bisognava recuperare la perfezione della linea. Bulimico per natura, ascetico per ambizione, spendeva le sue giornate in una perenne e insanabile peregrinazione tra opposti. Quando si lasciava andare, ingurgitando montagne di cibo annaffiate di vino rosso, erano i momenti della festa, dei discorsi fluviali, della gestualità impazzita, delle risate sino alle lacrime, e allora veniva fuori il Vittorio che il grande pubblico, fermo all'ombrosa virilità di molti suoi personaggi, ignorava. E' strano pensare alla quantità di caos privato nascosto nel fondo del suo autocontrollo pubblico.
Poi la festa finiva, iniziava la quaresima e lo vedevi là, seduto davanti al suo sedano e alla sua carota, idoli insipidi da odiare e adorare insieme. Prima di mangiarli, li scrutava con il senso di colpa del ragazzo che, cresciuto in un ambiente intriso di fede, si ripete silenziosamente che un giorno ce la farà, ce la deve fare.
Rivedere Vittorio a tavola è rivederlo in famiglia, una famiglia allargata agli amici selezionati nel corso degli anni dalla sua diffidenza felina. D'altro canto, anche i gatti non arruffano il pelo se li disturbi durante il pasto? Vittorio aveva bisogno di sentirsi in famiglia tanto quanto ne aveva di sentirsene fuori, fuori da tutto, indipendente e lontano. Ritroviamo qui la scissione tra opposti, la spietata, masochistica pena che gli uomini orgogliosi infliggono a se stessi volendo una cosa e il suo contrario.
Sfidava i fondamenti della logica come i Titani sfidavano Giove, soccombendo all'impossibile. La logica è la logica, come si fa a contraddirla? Però nello sguardo verde mare con cui Vittorio scrutava i presenti, durante le cena tra intimi, sentivi palpitare un genuino bisogno di affetto, di sostegno, di comprensione. Era un bisogno che si allargava con il passare degli anni, come i cerchi di un'onda che impari poco a poco a lasciarsi andare. Una certa reticenza da altitudini alpine andava sciogliendosi, stemperandosi nella calma e nel calore. E alla fine a contare, più che le parole, era la corrente di silenziosa complicità che si veniva creando, suggellata da virili abbracci.
Intorno alla tavola Vittorio pesava in un modo che era soltanto suo: irripetibile, raro.

Dino e Filippo Gentili (registi, sceneggiatori)
2003

Sono già passati dieci anni dalla scomparsa di Vittorio.
A me sembra che sia successo ieri.
Ho incontrato sua figlia in un ristorante, qualche tempo fa. E'una donna ora ed è un'attrice famosa. Si è alzata dal tavolo dove stava con degli amici ed è venuta a salutarmi. Io non la conoscevo personalmente. C'erano nel suo gesto amore e rispetto per suo padre e forse anche per me che sono stato un compagno di lavoro di Vittorio.
Mi ha fatto piacere. Mi sono commosso. In un mondo che corre e cancella tutto lei rappresenta la continuità della vita e della memoria.

Remo Girone  (attore)
Dicembre 2003

Vittorio Mezzogiorno
di Marco Tullio Giordana

Nel 1978 ci siamo incontrati perché dovevi interpretare una parte nel mio primo film, "Maledetti vi amerò". Slittamenti e coincidenze ti hanno impedito di lavorarci. Non importa, ci sei dentro lo stesso. Abbiamo covato quel film per così tanto tempo che alla fine, anche se non lo sa nessuno, è stato come se tu l'avessi fatto comunque. La stessa cosa è accaduta per tuíti gli altri che ho realizzato o progettato in seguito: c'era sempre un ruolo per te, potevi scegliere quello che volevi. Anche adesso, che sto lavorando al prossimo, fingo di poterti scritturare. Mi aiuta immaginarti mentre scrivo la tua voce dice questa o quella battuta, accarezza le intonazioni e mi rivela subito le stonature. Mi aiutano soprattutto le obiezioni che faresti, la cura per la verosomiglianza, la ripugnanza per le scorciatoie.

Dunque, ho fatto tutti i miei film con te. Ma non è vero. Agli atti risulta solo la "Caduta degli angeli ribelli". Ricordi le polemiche a Venezia, gli insulti, il dileggio? La soddisfazione maligna di vederci inciampare? Gli scacchi pesano, si insinuano nei sodalizi come il tradimento in una fortezza. Ne uscimmo invece rafforzati, amici più di prima. Capimmo che la strada era in salita, che non saremmo cresciuti senza faticare. Sei partito per la conquista del mondo arruolato nell'esercito multietnico di Peter Brook. Hai scalato le Ande con Herzog, hai scavato i bassifondi con Chereau. Prima ancora avevi raccontato italiani per bene con Rosi, con Montaldo, e anche qualche "malamente" (con Nanni Loy). Sei tornato e non hai avuto paura di immergerti nella disperazione di "Woizeck" con Martone. di sfidare le convenzioni con Bellocchio, di concederti i grandi numeri e la popolarita della "Piovra". Aristocratico e plebeo al tempo stesso, non temevi la contaminazione. potevi mescolare ambienti e generi senza questione di snobismi o gerarchie. C'era Napoli dietro di te, il suo lontano llluminismo ne preparava la resurrezione. Detestandone folclore e stereotipi, hai amato la parte nascosta della tua città, quella che il mare non bagna. Sono felice di averla potuta conoscere con te.

Sulle montagne del Sannio mi parli della malattia. Camminiamo lungo una mulattiera esplorando ruderi di vecchie case, pascoli, alberi centenari che probabilmente non rivedrai. Si prepara il ruolo più difficile, quello che rischia di spaventarti, di renderti irriconoscibile. Invece parli con tranquillità della malattia, non hai paura. Anche ora che il tempo è prezioso, non diluisci la tua angoscia negli altri, rifiuti di farli sentire in colpa per la loro salute o il loro futuro. Non simuli, non reclami finzioni. Preferisci parlare delle cose di sempre: hai appena visto "Libera" di Pappi Corsicato e la sua natura irridente ti ha conquistato. Sai che potresti tranquillamente appartenere al nuovo testo che la tua città sta elaborando: Martone, Corsicato, Capuano (e prima ancora Moscato e Ruccello) e quelli che verranno non sono che altri fratelli ai quali prestare il tuo profilo da sparviero, lo sguardo azzurro, il sorriso che rende mite e infantile la tua faccia. Cerco di non pensare che dovremo tutti farne a meno. Scolliniamo e un altro paesaggio appare alla vista: mi indichi un piccolo bosco che vorresti comprare. Non rinunci ai progetti: il tuo piccolo bosco sannita e Schnitzler che vorresti portare sullo schermo con Fabrizio Bentivoglio: lo stimi e le tue parole sono generose, come sempre coi tuoi colleghi. Parli con tale convinzione che mi lascio incantare e il film scorre "reale" come gli altri che (non) abbiamo girato assieme.

Ogni tanto la tua mancanza arriva a tradimento. Ogni tanto invece capita di ritrovarti. Hai lasciato molte tracce: negli amici, nelle persone amate, nei film interpretati. Ti ritrovo in Giovanna che ha scelto di fare l'attrice: tua figlia non ti sostituisce, ti "continua". C'è molto di te nel suo scegliere con cura, nel pretendere da sé, nel cercare personaggi inquieti, non riconciliati. Non è la fretta a guidarla o la ricerca del successo a buon mercato, si sente la buona scuola. Adesso mi è perfino possibile parlare di te o scriverne, come fino a poco tempo fa non mi riusciva. Il merito è di questa eredità che hai lasciato, attiva, anziche legata al rimpianto, ognuno puo rintracciarla, accedervi senza chiedere permesso, farne tesoro come crede. Chi volesse sapere come fare l'attore seriamente non ha che da guardare anche uno solo dei tuoi lavori: dicevi che il cinema non fotografa ma "radiografa"; che non si può mentire alla pellicola perché penetra oltre la buccia e svela ogni artificio. È la cosa che mi hai insegnato nella "Caduta degli angeli ribelli": gli attori non vanno "diretti" come il traffico, non vanno "guidati" come automobili. Metterli in condizioni di incarnare il personaggio con verità e naturalezza, metterli in condizioni di "essere", non di "simulare": questo il vero talento di un regista. Non l'avrei mai saputo se non me l'avessi insegnato.

Marco Tullio Giordana  (regista)
(Tratto dal programma del Napoli Film Festival'99

VANITY FAIR
Giugno 1991
Padri e Figli
VITTORIO e GIOVANNA MEZZOGIORNO
di Valeria Sacchi

Come vedi tuo padre? "Decisamente bello, e poi piace un sacco". Ti somiglia? "Tutti dicono che sono identica. Io vedo la rassomiglianza negli occhi chiari e nel sorriso, e in certi modi di muoversi. Camminiamo e corriamo allo stesso modo". Ti è simpatico? "Molto, moltissimo. Ha tantissimi difetti, ma spicca in lui la simpatia. E non sono solo io a trovarlo così, ma anche i miei amici. È una persona apertissima ". È sempre stato così? "No, non sempre".
Il padre di cui si parla è Vittorio Mezzogiorno, la figlia che parla di lui è Giovanna, 16 anni, zazzera corta, blue jeans e maglioni extra-large, possibilmente scuri, nei quali le piace annegare.
Rovesciamo la domanda a Vittorio: tua figlia ti piace? "Sì, mi piace molto, perché è onesta, almeno mi pare, perché è responsabile e, soprattutto, perché è una persona che non si butta via ". È molto bella... " Io direi che è carina. Probabilmente ha un fascino che viene più dalla sua interiorità, perché credo sia una ragazza intelligente". E fisicamente, come la vedi? "È simile a me nel carattere. Ha gli stessi miei difetti e, forse, anche le qualità: è una che deve essere un po' spinta. È un po' superficiale, però ha una strana fiducia in se stessa, e in questo mi assomiglia. Ha un potenziale notevole, ma si applica un quinto di quello che potrebbe. Ognuno è fatto come è fatto: io riconosco anche in me una certa vaghezza, e la stessa cosa vedo in Giovanna. Io ho la capacità di capire, non altrettanto quella di concentrarmi".
È vero, Giovanna e Vittorio si somigliano, anche se il naso storto di lui, eredità della boxe giovanile, ne altera la perfezione che, invece, in Giovanna è evidente: stessi colori chiari, stesse pupille chiare che, quando ridono, si allungano a fessura, stessi denti bianchissimi, stesso modo di tenersi eretti. Quando si guardano, gli occhi diventano di velluto, ma dentro resta una scintilla di indagine e di allerta. Come dire: attenzione, ti amo ma ti vedo come sei.
La conquista del rapporto non è stata semplice. "Quando ero piccola giocava con me, e mi era simpatico. Ma adesso, a differenza degli anni passati, ho un rapporto più aperto", dice Giovanna, e Vittorio conferma: "Io con i bambini piccoli non ho mai avuto una grande confidenza. Ma miglioro col tempo, più Giovanna diventa una persona adulta, più il dialogo si infittisce. Non so se sia giusto che un padre cambi i pannolini, io non l'ho mai fatto. È strano, io le tenerezze le avevo con i cani, un bimbo in fasce mi affatica. Invece, se ho un cucciolo, allora apprezzo il fatto che sia cucciolo, che cominci a giocare. Mi sono chiesto spesso il perché, cosa fosse questa cosa, forse non del tutto positiva...".
Per oltre due anni, tra il 1988 e il 1989, Vittorio è stato lontano da casa, in giro per il mondo con il Mahabharata di Peter Brook. Anni delicati per Giovanna, che tra l'altro si era trasferita con la mamma da Parigi a Milano, scuola nuova, amici nuovi. "Lo stacco: è stato una cosa difficile per me. Mio padre era stato via per molto tempo, e tornando mi trovava cambiata. Ritmi, abitudini, amici nuovi, un sacco di amici. Non più soltanto il compagno di banco, ma gente diversa. Lui arrivava e mi trovava cambiata. Si è dovuto adeguare, ma non è stato facile. Per me era difficile fargli capire certe cose...". Cosa criticava in te? "La perdita di tempo. Diceva che non dovevo perdere tempo. Erano proprio gli anni in cui andavo male a scuola. Stavo ore al telefono, le amiche citofonavano. Mio padre vedeva queste cose come una gran perdita di tempo. Un po' aveva ragione, i risultati pessimi si sono visti a scuola. Ma io ero contro e mi chiudevo. Improvvisamente era apparso, e mi voleva imporre cose che, da adolescente presuntuosa, non credevo giuste".
"A volte non sono stato quello che si dice uno che favorisce l'apertura, e mi dispiace", ammette Vittorio. "Sono stato a volte un padre un po' autoritario, ma ho cercato sempre di non fare paura, anche se è difficile, per il mio carattere un po' burrascoso e, a tratti, un po' violento. Ma, insomma, conscio dei miei limiti, cerco di avere un dialogo, non di imporre il dialogo. Questa è una cosa importante: voglio che Giovanna non venga su come una abituata a subire imposizioni. Spero che nella vita non abbia troppa paura degli altri, ma abbia il coraggio di esistere, senza farsi mettere a tacere da chi alza la voce. Quando l'ho fatto, cioè quando ho alzato la voce con lei, poi mi sono sempre pentito. Perché non andrebbe mai fatto".
È vero, Giovanna? Quando è avvenuto il "clic" tra te e tuo padre? "Al secondo anno del Beccaria, quando sono stata bocciata per la seconda volta. Lui ha visto che io veramente mi sforzavo. Senza metodo, a vuoto magari, ma vedeva che cercavo di farcela. Ha visto che io soffrivo molto, perché i miei sforzi erano vani e stavo malissimo. Mi è stato vicino, come del resto mia madre, e alla seconda bocciatura ha capito. Avrebbe potuto farmi una scenata. Invece, non mi ha compatito ma mi ha capito, e questo è stato il passo avanti. Il rapporto poteva diventare una catastrofe, invece è migliorato".
Vittorio ha una ricetta per il mestiere di genitore: "Io penso che un ragazzo debba venire su con la propria dignità. Un padre non dovrebbe mai intimorire i figli, perché li si abitua al timore. Il timore va bene per i regimi autoritari. Mi piacerebbe che Giovanna venisse su con la consapevolezza della propria dignità e senza spaventarsi. Nella vita c'è sempre chi prova a spaventarti, per cercare di esistere al tuo posto. Io vengo da un tipo di educazione dove il dialogo non esisteva, zero. Sforzandomi di non imporre le cose con la voce grossa, voglio che Giovanna abbia fiducia in me. Oggi, se ha delle cose delicate, me ne parla liberamente. Vuol dire che siamo sulla strada buona". "Mi piace parlare con lui perché trovo un amico, non una persona che ha la pretesa di essermi superiore", spiega Giovanna.
Cose "delicate" tra Vittorio e Giovanna esistono, e non riguardano solo gli amici e i fidanzatini. Nei due anni in cui ha girato il mondo, Vittorio ha avuto una figlia, Marina, che ora ha due anni e mezzo e vive con la madre negli Stati Uniti. "Quando l'ho saputo sono stata malissimo", ricorda Giovanna. "Ero disperata ho legato queste cose a milioni di mie paranoie. Ho pensato che avesse fatto un'altra bambina perché non lo soddisfacevo come figlia, perché andavo male a scuola. Ora capisco che erano idee stupide. È stato un momento allucinante, pensavo che mio padre volesse scappare via da noi. Poi ho capito che non era vero, che non ci avrebbe mai lasciato. Lui mi ha spiegato: all'inizio erano solo liti e pianti, ora ne parliamo a volte, tranquillamente". Nel settembre del 1988, Giovanna ha voluto andare con Vittorio in America, per vedere la sorellina. Ammette: "Prima di vederla mi dicevo: adesso l'ammazzo. Poi quando l'ho vista all'aeroporto, una bambina piccola che era mia sorella, era assurdo che mi mettessi a odiarla. Era al mondo e non l'aveva scelto lei. Io spero, quando crescerà, di trovare in lei una persona che voglia essere mia amica, una sorella vera". Riconosce Vittorio: "Con Marina, Giovanna mi ha aiutato, perché ha aiutato la famiglia. Ha messo un ponte tra quella realtà e questa. Lei capisce le cose importanti".
Da grande, Giovanna vuole fare l'attrice. "È la mia massima aspirazione", confessa. E a te, Vittorio, dispiacerebbe? "Sì, nel senso che penso che a lei questo lavoro interessi. Io di questo lavoro cerco di farle capire le difficoltà. Guai ad affrontarlo con leggerezza, senza la preparazione necessaria. Una volta detto che è difficilissimo, pieno di angosce e di insicurezze, se lo farà, forse potrà cominciare meno alla disperata di me. Ed è un lavoro bellissimo: una volta raggiunta la consapevolezza, si comincia a fare un vero lavoro su di sé. Se uno ha i mezzi non c'è niente di più bello di questo: esprimersi e lavorare su se stessi. Ecco dove si torna all'educazione. Se vuole essere attrice, non deve avere delle "messe in riga" come ho avuto io. Deve essere gioiosa della propria natura, per poterla proporre e farsi amare".
Chiediamo ancora a Giovanna: cosa significa avere un padre attore? "Un diverso sistema di vivere, ritmi diversi, conoscere sempre gente nuova. Sono sempre andata sul set fin da piccola. Prima era solo un mondo affascinante, ora mi rendo conto che può essere un mondo pieno di tranelli e di inganni. Vedo come mio padre è attento nel lavoro, come è professionista. Imparo".

Valeria Sacchi 
VANITY FAIR ITALIA - Giugno 1991 - N.13
©EDIZIONI CONDÈ NAST S.p.A.

Théâtre en Europe, n° 8,
octobre 1985
Vittorio Mezzogiorno

L'ONDA E I DUE MATTI

Ha debuttato a teatro nella compagnia di Eduardo de Filippo con il quale ha recitato per due anni. Dopo aver vissuto, sempre a teatro, "avventure disordinate" che lo hanno deluso - non provando gusto né per la routine né per la competizione e poco interessato ad una carriera di mattatore - ha compreso che quella non era la sua strada. Si indirizza allora verso il cinema; nel 1978, Il Giocattolo di Giuliano Montaldo gli vale il Premio della Critica e l'inizio della popolarità. Tre fratelli di Francesco Rosi, L'homme blessé di Patrick Chéreau e La lune dans le caniveau di Jean-Jacques Beneix hanno fatto conoscere meglio la sua bizzarra personalità e quella strana faccia tagliata con l'accetta, illuminata da uno sguardo celeste da felino. Incarna Arjuna, il guerriero amato dagli dei (e dalle donne), "l'insuperabile". Dice che Peter Brook e il Mahabharata sono "l'incontro della sua vita" ma aggiunge subito: "Attenzione, nel mio mestiere, faccio sempre incontri che sono gli incontri della mia vita". Tocca a voi percepire, sotto la vostra intera responsabilità, che quell'incontro è forse un po' più importante; ne parla con uno slancio che né l'ironia né il pudore cercano di contenere, con lealtà e modestia anche…
Il mio incontro con Arjuna è una cosa che sta ancora nell'aria. So che sto per incontrarlo, faccio verso di lui un lungo cammino, che richiede molta attenzione e molta vigilanza: un cammino, come mai fino ad ora, ho dovuto percorrere. Con Peter Brook, è accaduto: l'incontro fra uno sprovveduto (io) e un avveduto che ha capito che lo sprovveduto aveva qualcosa. In altre parole, lui ha incontrato me, non io… lui mi ha scelto. Ed essere stato scelto da Peter Brook mi fa sentire meglio. Non è il solito contratto di teatro: sono entrato nel suo universo. Dove l'unico punto fermo, in partenza, era la sua scelta. Stanco di raccontare la mia vita professionale, gli ho detto: "So di essere in movimento, sono lì.
" Ho cominciato con il vivere quell' "atmosfera Brook", quella strada di nebbia nella quale occorre stare all'erta, armarsi di pazienza - altrimenti si "fa l'attore"; lo si può recitare, Arjuna, capisce? Ma non è quello che cerco. Adoro quella storia di solitudine… ero da solo in un albergo, Jean-Claude Carrière mi aveva lasciato con il testo del Mahabharata… Quando Peter Brook è entrato e mi ha teso la mano, non ho visto "il grande regista Peter Brook" ma qualcuno che mi ha guardato in un modo che non posso descrivere. Una dolcezza che io non conoscevo in un uomo. Più tardi, sono andato nella loro sala di prova, un atelier al quinto piano, con tappeti per il judo, strumenti di musica. Mi ha chiesto di leggere un brano del Mahabharata. Per telefono, avevo detto: "Non posso", e l'ho fatto; dicevo le parole come fossero pietre (non parlavo il francese come ora). Mi ha messo davanti a qualcosa che avevo rifiutato, e non ho esitato.
Molto dopo, un giorno in cui ero distrutto perché non concludevo nulla, mi ha detto: " È difficile…"; ho risposto: "Sì, ma…" Un piccolo dialogo che voleva dire: "È difficile, ma non si può dire, è difficile, ma come sempre, come deve sempre essere. Un altro giorno, ha detto: "L'unica differenza tra il teatro e la vita… (stavo aspettando), è che il teatro è sempre vero."
Brook, Carrière. Ci saranno voluti due matti per lavorare undici anni e farci incontrare l'India, portarci quell'enorme onda, qui… Adesso che padroneggio i problemi tecnici, mi godo il Mahabharata. Non recitiamo, lavoriamo. Tutta la compagnia lo ha capito, altrimenti ci sarebbe quell'orribile rilassamento: "Meno male, la prima è andata!", quell'adagiarsi nella mediocrità. Non ci si può stancare di recitare il Mahabharata: ogni sera, è una scoperta. Neppure recitandolo per tutta la vita, si giungerebbe fin in fondo.
(All'improvviso, dopo un silenzio) Se vuole che le racconto quei dieci mesi con Peter Brook, mi ci vogliono dieci mesi.

Tratto da Théâtre en Europe, n° 8, octobre 1985
Éditions Beba, Paris 
(Traduzione di Marie-José Hoyet)

Vittorio Mezzogiorno 
LA VAGUE ET LES DEUX FOUS

Il a débuté au théâtre chez Eduardo de Filippo avec qui il a joué pendant deux ans. Puis il a vécu, toujours au théâtre, des "aventures désordonnées" qui l'ont laissé déçu; n'ayant de goût ni pour la routine ni pour les luttes arrivistes, peu intéressé par une carrière de "mattatore", il a su que là n'était pas sa voie. Il se tourne vers le cinéma; en 1978, Le Jouet dangereux de Giuliano Montaldo lui apporte un Prix de la Critique et un début de popularité. Les Trois Frères de Francesco Rosi, L'Homme blessé de Patrick Chéreau et La lune dans le caniveau de Jean-Jacques Beneix ont fait mieux connaître sa personnalité étrange, et cette drôle de gueule taillée au couteau qu'éclaire un regard bleu pâle de félin. Il incarne Arjuna, le guerrier aimé des dieux (et des femmes), "l'insurpassable". Il dit que Peter Brook et le Mahabharata sont "la rencontre de sa vie", mais ajoute aussitôt: "Attention, dans mon métier je fais toujours des rencontres de ma vie." À vous de soupçonner, sous votre entière responsabilité, que celle-ci est peut-être un peu plus importante; il en parle avec une passion que l'ironie et la pudeur ne cherchent pas à contenir, avec loyauté et modestie aussi...

Ma rencontre avec Arujna est une chose qui est encore dans l'air. Je sais que je vais le rencontrer, je fais vers lui un chemin très long qui demande beaucoup d'attention et de vigilance : un chemin comme je n'en ai jamais eu, jusqu'ici, à parcourir. Avec Peter Brook, c'est fait: la rencontre entre un dépourvu (moi) et un pourvu, qui a vu que le dépourvu avait quelque chose. Autrement dit, il m'a rencontré, pas moi... Il m'a choisi. Et je me sens mieux, d'avoir été choisi par Peter brook. Ce n'est pas un contrat de théâtre habituel: je suis entré dans un univers. Où le seul point solide, au départ, était son choix. Vite fatigué de raconter ma vie professionnelle, je lui ai dit: "Je sais que je suis en mouvement, je suis là."
J'ai commencé par vivre cette "atmosphère Brook", cette route de brouillard où il faut se tenir en alerte, avec patience - sinon on "fait l'acteur": on peut le jouer, Arjuna, vous comprenez? Ce n'est pas ce que je cherche. J'adore cette histoire de solitude... J'étais seul dans un hôtel, Jean-Claude Carrière m'avait laissé avec le texte du Mahabharata... Quand Peter est entré et m'a tendu la main, je n'ai pas vu "le grand metteur en scène Peter Brook", mais quelqu'un qui m'a regardé d'une façon que je ne peux décrire. Une douceur que je ne connaissais pas chez un homme. Plus tard, je suis allé dans leur salle de répétition, un atelier au 5e étage, avec des tapis de judo, des instruments de musique. Il m'a demandé de lire un passage du Mahabharata. J'avais dit non par téléphone : "Je ne peux pas", et je l'ai fait; je disais les mots comme des pierres (je ne parlais pas le français comme aujourd'hui). Il m'a mis devant quelque chose que j'avais refusé, et je n'ai pas hésité.
Beaucoup plus tard, un jour où j'étais crevé parce que je n'arrivais à rien, il m'a dit: "C'est dur..." ; j'ai répondu: "Oui, mais..." Un petit dialogue qui voulait dire: c'est dur, mais ça ne se dit pas, c'est dur mais comme c'est toujours, ou comme ça doit toujours être. Un autre jour, il a dit: "La seule différence entre le théâtre et la vie... (j'attendais), c'est que le théâtre est toujours vrai."
Brook, Carrière. Il aura fallu deux fous pour travailler onze ans et nous faire rencontrer l'Inde, nous apporter cette énorme vague, ici... Maintenant que j'ai maîtrisé les problèmes techniques, je jouis du Mahabharata. Nous ne jouons pas, nous travaillons. Toute la troupe l'a compris, sinon il y aurait cette horrible détente: "Ouf! la première est passée!", et installation dans la médiocrité. On ne peut pas se fatiguer de jouer le Mahabharata; chaque soir, c'est une découverte. En le jouant toute sa vie, on n'arriverait pas au bout.
(Soudain, après un silence) Si vous voulez que je vous raconte ces dix mois avec Peter Brook, il me faut dix mois.

(paru dans Théâtre en Europe, n° 8, octobre 1985
Éditions Beba, Paris)

IL TEMPO
domenica 9 gennaio 1994
Vittorio, eroe buono dagli occhi di ghiaccio
di Gian Luigi Rondi

Per i più Vittorio Mezzogiorno, viso squadrato, occhi azzurri freddissimi, una mimica quasi riarsa, era il personaggio reso celebre dalle due più recenti puntate della Piovra televisiva, la quinta e la sesta, e per quelli che, dal '73, lo avevano seguito soprattutto in TV, era l'interprete di tanti fortunati sceneggiati di Negrin, di D'Anza, di Risi, dal Picciotto all'Amaro caso della baronessa di Carini, a Martin Eden, alla Vita continua a Io e il duce.
Salde interpretazioni anche quelle che avevano rivelato al grande pubblico un attore cui, in teatro, erano stati maestri Eduardo De Filippo e i due Giuffrè. Ma anche il cinema, sia pure poco per volta, gli ha dovuto molto, attraverso un itinerario che, passando dai film più facili a quelli d'autore, lo aveva visto maturarsi e quasi formarsi in cifre via via sempre più convinte e sicure, fino a momenti di indiscussa autorità.
Ho cominciato a prendere atto dei suoi meriti alla fine degli anni Settanta, tutte e due le volte a fianco di Nino Manfredi: prima nel Giocattolo, di Giuliano Montaldo, poi in Cafè Express, di Nanni Loy. Nei film polizieschi con cui aveva esordito (Milano violenta, La polizia è sconfftta), mi era sembrato soprattutto una faccia, forse insolita nel panorama del nostro cinema (quelle durezze, quei lineamenti sagomati) ma non ancora prossima a diventare "maschera". Come fu sul punto di diventare, invece, nei film di Montaldo e di Loy: rimaneva un pò in disparte, lasciava ovviamente che Manfredi, sempre un pò mattatore, prendesse il sopravvento su di lui, ma arrivava - come mezzi espressivi ed anche come gesti - a tenergli testa senza fatica, sempre abilmente vicino al drammatico, con la possibilità di toccarne anche i tasti più segreti.
La conferma, solo qualche anno più tardi, con Francesco Rosi, in Tre fratelli. Con Philippe Noiret e Michele Placido era uno dei fratelli che, lasciando il loro lavoro in città, venivano nel paesino del sud dov'erano nati per assistere al funerale della madre. Il padre che li accoglieva era Charles Vanel, anche lui, come Noiret e Placido, un grandissimo attore dal mestiere collaudato. Pure Mezzogiorno, cui Rosi regista e Tonino Guerra sceneggiatore avevano affidato forse la parte piu dimessa - un educatore a Napoli di minorenni traviati tormentato da dubbi sui propri sistemi pedagogici - era riuscito ad imporsi a tal segno su tutti gli altri da meritarsi il Nastro d'argento come migliore attore protagonista dell'anno.
Una recitazione metà di testa metà di cuore, sempre con giusti equilibri, in grado di andare a fondo nei sentimenti senza mai manifestarli in modo eccessivo, pronta a sfumare, ad alludere, ad accompagnare alle note più intense quelle più segrete, con accenti perfino misteriosi, in cifre rarefatte. L'opposto delle sue proposte televisive d'una volta, ma già con echi di quelle che più in la ci avrebbero rivelato la Piovra 5 e la Piovra 6 e i nuovi serial TV anni Ottanta con Dino Risi e Alberto Negrin. Due anni dopo si sarebbe lasciato ancora tentare dal "poliziesco", questa volta, perb, Nella casa del tappeto giallo, passando dalle felici esperienze con Rosi alla guida altrettanto esperta di Lizzani, riuscì a proporsi con mestiere più conscio, trascendendo quasi il genere con una decisa capacità di rivestirlo di solidi accenti personali, alla luce di meditate e severe ricerche psicologiche.
Lo attendeva comunque il suo cimento maggiore, quello che avrebbe rivelato a tutti il grande cammino percorso nel cinema, un film dopo l'altro, specie se con l'intervento di registi di vaglia: il Mahabharata, diretto da Peter Brook sulla base di un celebre testo indiano da lui già messo in scena una volta in teatro. Mezzogiorno, nella parte di Arjuna, una delle figure più leggendarie di quella Bibbia Indù, esprimendosi in inglese e recitando un testo dalle cadenze volutamente scespiriane scritto da Jean-Paul Carrière, dava una dimostrazione così totale di estraniamento che gli consentiva, sempre, di collocare il suo personaggio, pur classico, fuori dal tempo, assimilandolo quasi, nei gesti e negli accenti, alla gente di oggi.
Il "tono" gliel'aveva dato Peter Brook ovviamente, ma lui vi aveva corrisposto nel modo più intelligente e congeniale, imponendosi con una grande prova d'attore. Il vertice cui, dopo cinque lustri di carriera, era felicemente approdato.

Gian Luigi Rondi
©IL TEMPO

IL MATTINO
Domenica 9 gennaio 1994
Quel ragazzo di Mergellina che piaceva a Spielberg
di Francesco Rosi

Un attore molto sensibile, preciso, entusiasta, volenteroso. Un uomo dolce, affettuoso. Quando pensai a lui per "Tre fratelli", lo incontrai a casa mia: non faccio mai provini per decidere una scelta, preferisco parlare con l'attore, osservarlo mentre avverto quello che ha dentro e mi convinco che possa essere giusto per quello che cerco, al di là del suo aspetto fisico. Con Vittorio scoprii tante cose che mi piacquero. Tra l'altro venni a sapere che anche lui era stato, a Napoli, venti anni dopo di me, un ragazzo del Viale Elena, una strada una volta bellissima nella zona del mare, a Mergellina, una strada che a quei tempi era un mondo, e scoprii che lo era stato anche per i ragazzi della sua età. Mi piacque subito, Vittorio, lo sentii vicino. Andammo in giro per cercare i vestiti per il film, per decidere il taglio di capelli, e cosi intanto lo conoscevo meglio. Me lo portai con me quando dovevo scegliere i vestiti per Charles Vanel: mi accorsi allora che di profilo erano identici, due gocce d'acqua. E anche la stessa altezza. Fu bella, felice, la lavorazione di quel film in una masseria tra Altamura e la mia amatissima città di Matera.
La presenza di Vanel, che: aveva già circa novant'anni, faceva bene a tutti: grande vecchio, grande amico, grande attore. I suoi gesti misurati, calmi, il suo modo di interpretare un patriarca contadino, il suo rapporto con Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno, Philippe Noiret, i tre figli nel film, erano effettivamente quelli di un padre, e con la bambina, quelli di un nonno. Abbiamo vissuto circa tre mesi tra le mura di quella masseria e la campagna attorno, e il vicino paese di Cassano nelle Murge; avevo voluto che tutti sentissero il senso di una famiglia contadina del Sud dispersa, chi in una città del Nord, chi in un'altra, e i vecchi e la terra rimasti soli. Avevo voluto che avvertissimo tutti, dentro di noi, le lacerazioni e le domande senza risposta del terrorismo, era il 1980, il vuoto incolmabile della morte.
A Hollynvood, in occasione della nomination che il film ottenne per l'Oscar, Steven Spielberg mi chiese di spiegargli come fossi riuscito a ottenere in una unica inquadratura e in un complicato e lungo movi- mento di macchina che il cane puntasse da lontano il vecchio padrone Vanel, aspettando immobile che attraversasse il cortile della masseria, andasse a sedere sotto una tettoia, desolato per la morte della moglie, e lo raggiungesse poi, andando ad appoggiare la testa sulle ginocchia come per consolarlo; e, mentre il vecchio lo accarezza, si vede arrivare sullo sfondo il fglio Vittorio Mezzogiorno che raggiunge il padre, lo aiuta ad alzarsi, si guardano commossi uno di fronte all'altro, si abbracciano, dopo di che si avviano verso l'interno della casa.
È il primo momento del film in cui padre e figlio si rincontrano: avevo preparato quella lunga inquadratura per fermarmi sui due profili identici di Vanel e di Mezzogiorno. Risposi a Spielberg che la cosa era stata possibile grazie alla bravura degli attori e dei miei collaboratori: la verità. Il cane era stato ammaestrato da Vanel, Vittorio si muoveva trattenendo il fiato per l'emozione: il cane aveva sentito il momento, e si era comportato da grande attore. Ci siamo sentiti, tutti della troupe, particolarmente vivi durante quel film, portavamo dentro di noi il dolore e l'angoscia per un momento cosi difficile per il nostro Paese. Mi piace ricordare Vittorio tornando con la mente e con il cuore a quei momenti. E sono triste all'idea che non si potrà ripetere l'occasione per sentire assieme a lui quelle emozioni che il nostro lavoro lascia incancellabili in chi le prova.

Francesco Rosi
©IL MATTINO

IL GIORNO
Domenica 9 gennaio 1994
Vittorio Mezzogiorno
di Ugo Ronfani

Non sarà Louis Althusser, non porterà alle scene la tragedia del fliosofo marxista finito in una clinica psichiatrica per uxoricidio. Era il progetto di cui gli avevo parlato a nome dell'amico Piero Sanavio, autore del testo, perché prendesse corpo il suo sogno di fare teatro accanto alla moglie, Cecilia Sacchi. Un sogno al quale sentiva di avere diritto; che anzi riteneva indispensabile perché verso quella maschera del commissario Licata non provava alcun snobistico pregiudizio, ma teneva a ricordare che la sua storia era cominciata sulle tavole di un palcoscenico, nella Napoli dov'era cresciuto ultimo di sette fratelli, e alla scuola non di uno qualsiasi ma di Eduardo.
Il più grande dei De Filippo aveva stregato il giovane laureando in legge che aveva debuttato a otto anni nella "Cantata dei Pastori", nella parte di un pastorello assonnato che diceva "Deh, padre, lasciatemi dormire". "Ricordati, guagliò, che prima viene il teatro e poi il resto" gli diceva Eduardo; e lui, per dimostrare che se ne ricordava, passava in oscure parti da Scarpetta ad Aristofane da Martoglio a Brecht. Tanto che nell'89 aveva voluto rischiare fama e denari con un "Woyzek" spericolato diretto da Martone. Tre anni fa aveva allestito un dramma di Schnitzler, al Teatro 2 di Parma, accanto a Cecilia: gesto d'amore verso la compagna che s'era ritratta nell'ombra per fare posto a Licata. Recitare ancora insieme, loro due: era stato il discorso fatto un giorno d'inverno. Vittorio viveva gli ultimi giorni di quiete; poi il male s'era dichiarato, insidioso, nei polmoni; e all'incredulità subentrarono fra noi quei silenzi che cercano di proteggere i sentimenti nelle ore difficili.
Oggi la notizia consente di piangere senza vergogna l'amico perduto. Di ricordarlo così come m'era apparso - quei suoi occhi di ghiaccio, quella lieve asimmetria nascosta dietro gli occhiali di intellettuale, quel naso da pugile di palestre popolari che componevano una maschera adatta a scolpire emozioni e sentimenti - quando nel parco della Maison Vitar di Avignone, 1986, ci era stato presentato come il napoletano che "aveva incontrato il dio Brook". Di rivederlo poi con l'arco di Arjuna sulle rive del Rodano dove s'era recitato il "Mahabharata". Di risentire, adesso, l'orgoglio amaro di avere letto la motivazione con cui avevamo voluto premiarlo: "A Vittorio il Premio Montegrotto Europa '91 per la passione, il rigore e lo studio con cui è stato, fino in fondo, un attore del nostro tempo".

Ugo Ronfani 
©IL GIORNO

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